THE EATERS AND THE HATERS – Live Performance di Angelo Orazio Pregoni Racconto di un’esperienza indelebile avvenuta lo scorso 14 novembre

Si entra in un ambiente surreale, distopico per contenuti e fuori dal tempo.
Piccole luci toccano i perimetri non dello spazio, ma della coscienza: bottiglie impolverate, bambole intrappolate, porte e portoni, bauli colmi di abiti o stracci,
una bandiera con una svastica formata da due wurstel.
Alcune donne dormono con la testa china su un tavolo.
Un letto al centro, poco dopo un panino che con gli artigli mantiene un imbuto e calpesta un uovo fritto:
il consumismo che cammina sulla creatività.
Sul letto una figura, due figure: un uomo e una donna.
Parte la lavatrice dell’animo dove ogni pensiero si incontra e si scontra con mille provocazioni,
che affascinano, lasciandoci estasiati, o ci colpiscono ridimensionandoci in spettatori,
ancora lontani da tutto quello che andrà metabolizzato con calma.
Angelo Orazio Pregoni percorre, tocca, abbraccia e afferra. Rasenta una iniziale parodia, cita Chaplin, coinvolge tutti in pochi minuti in una finta esecuzione teatrale e poi trascina:
uno, due, tre, quattro uomini.

Li mette in scena, il silenzio ora è totale, e un senso panico pervade il pubblico.
Cambia la musica, suoni elettronici entrano nelle iniziali melodie confortanti.
I quattro uomini si ritrovano con un elmetto da soldato in testa e ben presto con un grembiulino di pizzo con l’effigie della svastica sui fianchi, annodato da una sensuale femmina che davanti a loro si è denudata.
Stereotipi? Può sembrare… Ma come un vaccino Pregoni ci contagia creando anticorpi.
Usa con coscienza gli stereotipi della forza e della seduzione per creare una reazione,
un disagio che ancora una volta si percepisce quando è troppo tardi, quando il “pensiero unico”
diventa il suo motivo di dominazione nei confronti del pubblico:
lui è il Deus ex machina, lui condiziona, decide, induce e rivela.
Sul letto intanto la prima donna bendata si alza e cede il posto alla seconda che nuda si benda, da sola.
E il racconto si comprime in un concetto: il pensiero unico della massa
è figlio di un auto-condizionamento del singolo, atroce verità! Quante donne si bendano da sole?
I soldati iniziano a servire le femmine al tavolo: portano piatti con panini contenenti wurstel,
offrono loro del cibo fallico indossando grembiule di pizzo ed elmetto.
Marco Ventura cucina i salsicciotti con una fiamma ossidrica, quasi li tempera come l’acciaio per la patria.
Ci si domanda se il tutto diverrà parodia.
Ma ben presto Pregoni ribalta cibo e vino dentro quell’imbuto metafisico
che sembra invitare a perdere la propria genialità entrando in un bottiglione.
E mentre il brodo primordiale filtra, la tovaglia all’improvviso si traduce in un dipinto
che ricalca la modella sul letto, anzi la copre come un sudario.
Inizia il festival di essenze e profumi, pennellature rapide (sa dove toccare la tela), dripping, lanci e colature di Martini, e infine il bottiglione che viene travasato per intero sulla donna fustigata dai liquidi,
mentre a un altro malcapitato viene imposto di chiudere il termine dell’imbuto con un dito.
Si alza il telo, viene appeso in alto, nel buio: Pregoni e Ventura hanno tempi e movimenti.

Il dipinto è fradicio e ha lasciato una scia di “sangue” lungo il letto, sul pavimento.
E ora tocca a noi: andiamo a odorare il corpo della donna bendata, quella reale.
Si sviluppa una processione funebre, tutti sono sconvolti anche gli scettici.
Poi la donna sparisce, tra le braccia di Pregoni che la sta sbendando davanti al suo ritratto,
anzi davanti a un pensiero universale che le assomiglia.
È arte, è provocazione, è coinvolgimento, è rivelazione.
In quell’ambiente tutto sembra essere stato usato, come dopo una storia o una guerra.
Solo la scultura mostro-morfica di Marco Ventura
e il dipinto di Angelo Orazio Pregoni non abbandonano la scena, gli occhi, la mente.

Elisabetta Cardellini

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